Arthur Adamov è stato una delle figure più complesse del Novecento. Drammaturgo, poeta, scrittore, traduttore e critico, è stato – con Beckett e Ionesco – uno dei padri del “Teatro dell’Assurdo” e tra le voci più impegnate della scena politica e culturale francese del secondo dopoguerra, a cui ha partecipato sposando la causa del comunismo e denunciando quei mali etici e sociali che dagli anni Sessanta in poi non hanno più smesso di avvelenare le scene nazionali e internazionali: il razzismo, la logica del profitto, la violenza legalizzata, la deriva totalitaria delle società iperliberiste.
Per le posizioni lucide e appassionate assunte in politica, per la violenza corrosiva del linguaggio, per il coraggio di affrontare a più riprese – proprio partendo da La confessione – quell’area del rimosso sessuale individuale e societario, Adamov è stato spesso trattato con ipocrita deferenza (ovvero distanza), talvolta rimosso. Quale altro meccanismo invocare, infatti, se non la rimozione, per spiegarsi l’incredibile oblio editoriale caduto su La confessione?
Scritta tra il 1939 e il 1943, attraverso Parigi, Cassis, Marsiglia e il campo di concentramento di Argelès-sur-Mer, La confessione costituisce uno degli scritti più belli, lucidi e spietati della letteratura del Novecento (Martin Essler). Opera autobiografica e storiografica, infatti, La confessione è al tempo stesso diario notturno e documento di denuncia, antropologia e narratologia autoanalitica, manifesto etico e “diario terribile”. Ogni capitolo, ogni paragrafo, ogni ripresa testimoniano del dolore di un uomo, di ogni uomo, chiamato a combattere, nel claustrum della notte, le proprie ossessioni, a rivivere giorno dopo giorno l’angoscia del vuoto, dell’abbandono, della separazione.
Al pari di coloro che dichiara o dimostra di amare – Nietzsche, Kafka, Dostoevskij Shakespeare, Freud, Jung –, sull’onda di ogni autentico percorso introspettivo, Adamov pone ex actu a scopo dell’opera la testimonianza e la ricerca della verità, e, sottotraccia, propone un’equazione tra verità e alétheia, tra denuncia e introspezione, tra analisi e palingenesi:
Fin dall’inizio mi sono ripiegato su ciò che vi è di più particolare in me. Ho compiuto un cammino tortuoso dalle svolte probabilmente inutili; eppure, mi sono avvicinato alla meta che mi ero prefisso – cogliere il riflesso della verità. L’orrore sessuale, le mille superstizioni che scavano nell’uomo, ognuno dei miei mali; ho cercato di schiarirne i fondali alla luce di una metafisica che possa dargli senso e giustificazione. […] Ho voluto spingermi al di là delle semplici illustrazioni della angoscia, al di là di me stesso; capire le forze sconosciute che assoggettano ogni vita. Ho cercato di mettere a nudo l’uomo, di coglierlo in preda ai suoi moti consustanziali: la caduta, la risalita, l’inspirazione, l’espirazione, di modo che un giorno, forse, questa testimonianza potrà apportare a qualcun altro, a qualche sconosciuto schiacciato come me dall’orrore di vivere, l’aiuto profondo che io stesso ho ricevuto da coloro che, prima di me, hanno testimoniato col loro tormento.
Testimonianza e introspezione. Introspezione e denuncia. Delle proprie ossessioni, innanzitutto, dei propri fantasmi di separazione, seduzione e castrazione. Certo, parlare di sé stessi è ancora poca cosa, ma da cos’altro partire se non dall’esperienza tragica della propria condizione? Per quale altra via comprendere il dolore del mondo se non scendendo in sé stessi fino a raschiare il fondo oscuro dei propri conflitti? Se non restituendoli acclarati dalla coscienza, fino alla constatazione inoppugnabile che ogni uomo condivide con tutti gli altri il senso di un destino e di una solitudine glaciali?
L’uomo non può raggiungere il centro immobile di sé stesso se non prendendo coscienza profondamente della propria lacerazione. E questa consapevolezza non può guadagnarla se non soffrendo con tutto il suo corpo, con tutta la sua mente. […] Rendere testimonianza. Rendere significa restituire. Possiamo rendere soltanto ciò che abbiamo preso. Preso, cioè toccato, gustato, sentito, visto. L’essenziale è vedere. Non le cose, ma attraverso le cose.
Da questo vertice, da questa matrice epistemofilica, La confessione è innanzitutto opera autoanalitica. Qui, come solo in Freud o in Dostoevskij avviene di trovare, la testimonianza personale si altera talmente da diventare sovra-personale, quasi teoria:
Dietro tutto ciò che abitualmente guarda, l’uomo cerca altro. L’uomo e sempre alterato… Alter è sempre l’altro, colui che manca.
E l’incipit, così straordinario e terribile:
Che cosa c’è? So anzitutto che ci sono. Ma chi sono io? Che cosa sono? Tutto quello che so di me è che soffro. E se soffro è perché all’origine di me stesso c’è una mutilazione, una separazione.
La separazione, che altrove Adamov associa alla confusione come prius immotus del male di vivere, è la croce e la ragione di ogni confessione, così lucidamente analizzata nelle sue radici onto- e mitopoietiche. Tutto il secondo capitolo, che l’autore chiamerà “L’umiliazione senza fine”, è un impietoso inventario delle concrezioni difensive individuali e collettive generate dall’angoscia, concrezioni rispettivamente conosciute come ossessioni e rituali apotropaici. Il bisogno, il desiderio perverso, torbido, lordato dalla necessità di prostrarsi ai piedi di una donna – trasfigurata in prostituta sguaiata –, di leccarle lo smalto delle unghie, di salire con le labbra lungo le cosce, di farsi colpire sulla faccia con le scarpe; il desiderio, pervertito in masochismo, di venire insultato e umiliato; il bisogno di confusione e nudità con altri bifolchi da lupanare; l’impossibilità di penetrare sessualmente una donna, piegata al servilismo da accattone che del gesto del possesso carnale racimola gli scarti; le note voyeuristiche ed esibizionistiche, distese a mascherare il vuoto traumatico di un’esistenza forclusa; la compulsione verso il legno; il rituale scaramantico di chi si consente nell’albero che muta pur senza morire; l’ossessione al buon auspicio della notte; l’ossessione dell’asfalto da toccare a mano aperta; quella della luce o della fiamma accesa contro la paura delle tenebre; il calcolo del passo calibrato sulla strada: tutta la fantasmoteca umana dispiegata col piglio dell’entomologo, col tono, la forza e la passione dell’uomo sommerso dal tempo ripetitivo della vita, ma anche scandagliata con suprema lucidità introspettiva:
È notte. Sogno di cadere. Vinto dal sonno, sotto il peso delle tenebre, mi vedo sprofondare in un grande buco nero, e poi sparire. Cado. Bruscamente, mi risveglio nella stretta dell’angoscia. Perché questa paura? La caduta è il primo ed unico terrore, il gran terrore originario…;
e più avanti:
Un rossore di vergogna senza nome mi coglie ancora al solo richiamo della voce materna per sempre spenta: – Se metti ancora la mano là te la taglio. Quella allusione precisa a una sanzione atroce risuona in me come il decreto del destino.
La castrazione è il castigo per eccellenza. La paura del castigo è paura della castrazione. Al fondo di questa paura c’è l’angoscia della morte, la castrazione suprema:
Io credo che la stretta dell’angoscia e il desiderio sessuale siano mossi dalla stessa pulsione: il masochismo. E il masochismo nasce dal vissuto delta colpa, dall’urgenza del perdono.
L’umiliazione senza fine. Il legno:
Il legno è per eccellenza il simbolo della vita, una riserva di vita, un simbolo di eternità, qualcosa che nel tempo possa cambiare senza morire.
La fiamma:
Esiste, tra la fiamma e la potenza virile, una parentela profonda, perché l’oscurità umida e vuota che la fiamma combatte simbolizza il cupo mistero del sesso femminile. La sopravvivenza della luce significa la turgescenza vittoriosa del sesso maschile che penetra la donna, e l’importanza particolare che io rimetto in quel rituale riflette fin troppo chiaramente la mia paura dell’impotenza.
Questa capacità autoanalitica costituisce il nerbo, l’impalcatura di fondo de La confessione. Autoanalisi non compiacente, non ridotta a parata fenomenologica, ma elevata a considerazione esistenzialistica, antropologica, linguistica, politica, poetica. Dal corpo alla mente. Dall’individuo alla storia. Dal simbolo al codice. Ne La confessione, l’esperienza del corporeo si allarga a essere esperienza psichica tout-court, l’esperienza della scissione diventa il riflesso dello svuotamento di senso – del senso del sacro – cui è soggetto il linguaggio attuale:
L’angoscia, che stringe il cuore e lo costringe, che lo strangola, fa nascere in me dolorosamente la conoscenza sensibile di cosa sia la contrazione. L’eccesso di gioia, il giubilo, mi fa conoscere l’espansione dell’amore dei mondi, il primo spazio creato. L’ossessione, che mi impone di prostrarmi incessantemente al cospetto del mio amore, il mio bisogno di essere umiliato dalla donna che amo, mi introduce al senso terrificante della caduta. Questo bisogno morboso di cadere ai piedi della donna, senza alcuna dignità, mi insegna cosa vuol dire cadere.
Esperienza del corpo, scisso, separato, reificato, oggetto alieno, roboticum metonimico:
Tutto si svolge come se di un grande essere incomprensibile e centrale io non fossi che una delle esistenze particolari, superficiali, periferiche, l’estremità di uno dei suoi arti, la punta di una delle sue dita. […] Queste mani sono mie, certo, ubbidiscono a ogni mio comando, eppure esse tremano senza il mio permesso, e solo per caso mi accorgo di quel tremolio. D’altronde cosa sono le mani? Due superfici bianche e deserte di una strana materia pallida e calda. Ognuna si ramifica stranamente in cinque dita dai rigonfiamenti sensibili e palpanti. E queste sinuosità bluastre, dai geroglifici incomprensibili, sono le mie vene. E la frontiera estrema dove la pelle sottile, esposta agli attacchi dell’esterno, ha prodotto una corazza di corno, e l’unghia, questa fanera dura, tagliente e mortale. […]
Ancora lo stupore:
Il mio braccio si solleva. Non so perché. Forse per fermare le tende, o per appendere un vestito all’attaccapanni. Il mio braccio s’è sollevato, ecco tutto, senza che io abbia coscienza di averlo sollevato. Quel braccio, il braccio di chi? Un braccio che si allontana, che si stacca dal tronco, mosso da una forza sconosciuta, è in sé stesso misterioso, qualcosa che si muove per un ordine partito d’altrove.
Corpo reificato, separato dal mondo, confinato nella propria pelle eppure sconfinato dalla tensione imperitura a farsi altro, a ritrovare nel mondo ciò che vive dentro di noi. Dal corpo alla parola, la distanza si fa misura del degrado etico e linguistico dell’uomo:
La decadenza del linguaggio è la misura della nostra attuale ignominia… L’epoca attuale merita di essere definita il tempo dell’ignominia.
Degradazione del linguaggio, ignominia e perdita del sacro vanno di pari passo. La forza delle parole, la loro potenza maieutica risale dalle radici del sacro. Un’epoca che ha perduto il sentimento del sacro inevitabilmente utilizza parole senza senso, reliquie senza sangue. Per altro verso, la perdita del sacro conduce alla disaggregazione del corpo sociale che una volta coagulava intorno alle celebrazioni di tipo dionisiaco, alla monadizzazione dell’individuo. Gli dèi, che un tempo erano invocati dagli abissi della terra o nell’alto dei cieli, diventano demonucci che albergano nell’inconscio. L’angoscia dell’uomo, combattuta e sublimata attraverso i riti e le celebrazioni collettive, si riduce a ossessione privata e designificata; il rito, da intenzionale e cittadino, si fa automatico e isolato. Degradazione, svuotamento. Del corporeo, innanzitutto:
Oggi, dell’ancestrale grandezza del corpo, non restano altro che parvenze senza sangue;
degradazione del sacro:
Tutta la follia circostante non è altro che la vertigine generata dal vuoto che fascia nel cuore dell’uomo l’oblio dei culti millenari. A ciascuno dei bisogni voraci di cui siamo preda, le religioni rispondevano con un rito specifico finalizzato a combatterlo e a vincerlo, trasfigurandolo. Era quello il loro ruolo essenziale: proporsi come guide dello Spirito trasmutando le più oscure ossessioni, informi e bestiali, in uno slancio salvifico. Le religioni asservivano gli istinti, impedivano loro di gettare net baratro il pensiero;
del rimedio della preghiera:
Ciò che chiamo preghiera è il bisogno perduto dell’uomo, immerso nel tempo, di ricorrere al solo principio che possa salvarlo; la proiezione all’esterno di ciò che in lui partecipa dell’eternità; d’altronde: Pregare, sì ma chi pregare? Quale nome invocare? Il nome di Dio non dovrebbe più spuntare sulla bocca dell’uomo. Questo termine logorato dall’uso, da molto tempo non significa più nulla. Svuotato di ogni senso, e senza sangue. L’astrazione si è inaridita al punto che anche lo scheletro è diventato polvere. Implorare il nome di Dio non è altro che pigrizia, rifiuto dipensare, un modo per non perdere tempo, una specie di odiosa stenografia.
Degradazione del linguaggio, infine:
La nostra epoca si riassume in un concetto: degradazione. Degradazione del linguaggio, che perde il suo senso. […] La maggior parte delle parole sono snaturate, hanno perso di senso. Private della forza che una volta le faceva risplendere, non sono altro che fantasmi di sé stesse. La decadenza del linguaggio è la misura della nostra attuale ignominia. […] Schernite, usate, le parole muoiono veramente quando non conservano più nel fondo di sé stesse l’anima brillante del senso originario.
Le parole, dunque, croce simbolica della morte di un’epoca, dell’uomo, della sua carne; stazione di arrivo di un convoglio che dopo Auschwitz e Argelès era già vuoto. Assurdo.
Della parola Adamov segnalerà la morte. Dalla parola ripartirà verso un uomo e un tempo rinnovati:
Eppure, le parole sono l’ultima ancora di salvezza per questo mondo che si allontana… Soltanto le parole dicono precisamente ciò che vogliono dire, ciò che hanno la volontà di dire. Bisogna contemplarle attentamente, tutto qua. Bisogna trapassarne la scorza, lo strato barboso dell’abitudine. A questo prezzo, la parola resuscita nel chiarore delta forma originaria, circondata del senso originario, relata a ogni cosa dalle analogie e dalle etimologie. Perché, nel fondo di essa, il senso rimane.
A più riprese Adamov sottolineerà la necessità di scrivere, di tracciare parole nuove sul sangue raggrumato dei secoli, di invocare, denunciare, vivificare le parole, e, attraverso di esse, di porre testimonianza:
Proprio perché questo mondo è innominabile, proprio perché l’uomo non può più attendersi alcun soccorso particolare, proprio perché tutto s’è consumato nelle tenebre, forse, il richiamo dell’ineffabile, al di là di ogni nome, non è mai stato così imminente… […] Oggi, l’ultima chance dell’uom è distruggere l’ordine primordiale, rompere con l’armonia profonda, e forse così nell’assalto caotico e brutale, nello stupro del segreto, nella trasgressione della legge, ritrovare in un istante, in un lampo, la grande unità bruciante che fondeva in se stessa ogni contraddizione.
Dopo l’umiliazione e il degrado dei lager, Adamov diventa una voce esemplare della denuncia, appassionata, visionaria, lucidissima, e così attuale per i nostri giorni, della coesione solo superficiale delle società globalizzate, di quella bestialità vuota, di questo vuoto di pensieri e rappresentazioni sull’uomo che porta gli adolescenti all’omicidio e gli adulti a restare adolescenti:
Affinché l’unità, del tutto esteriore, delle comunità moderne possa tramutarsi in unità organica e vitale, non basta concedersi il tempo dell’attesa. Innanzitutto, perché c’è una differenza sostanziale, non solo di grado, tra la collettività fittizia di oggigiorno e una società autenticamente coesa. La prima non è la forma embrionale della seconda ma solamente, e per sempre, la sua caricatura… […] Che un uomo possa umiliare e torturare un altro uomo, semplicemente per ostentare potere, senza che niente lo coinvolga alla sua vittima, ebbrezza dei sensi, vergogna – la vergogna, l’altra faccia dell’amore –, è questo che lascia stupefatti […] Ieri, per caso, il manifesto di un film ha attratto il mio sguardo: il delitto di X. Mi sono chiesto se io ero il solo a restare colpito da quello spettacolo inaudito: uomini che mostravano interesse per la scialba psicologia di un dramma immaginario, come se niente fosse cambiato, come se non vivessero in un tempo in cui un dramma fin troppo reale provoca ogni minuto una serie interminabile di crimini.
Parola. Coscienza. Palingenesi:
La vita intera si gioca su quest’unico problema. Bisognerebbe soltanto subire, trattenere ii più spesso possibile quegli istanti di coscienza, consacrare tutte le proprie forze unicamente ed essenzialmente per prolungare, per intensificare quegli istanti, in modo tale che rischiarino la povera vita quotidiana sonnambulica e quasi totalmente incosciente […] Forse, tutto l’incolore chiacchiericcio senza senso che la nuova umanità senza passioni ripete continuamente, busserà alla porta del guardiano solitario in tutto il suo orrore, in tutta la sua illimitata assurdità, e in quel momento, all’improvviso, quell’uomo comincerà a capire.
Su tutto ciò che è stato detto, sul buio di un tempo trascorso tra ossessioni, lacerazioni e disperazione, si stende la poesia, la grande poesia de La confessione. Nel distacco amaro e asciutto, nell’improvviso bagliore dell’universale che emerge dalla coltre dell’angoscia privata, nella considerazione portata ai senza nome, ai fuori scena, La confessione rimanda alle esperienze più impietose dell’onirico, del sospeso, dell’arcano della pittura del primo Novecento.
È il paradosso della libertà:
Ancora una volta mi sono scontrato con la constatazione che è assurdo desiderare ciò che non ci è destinato poiché in questo caso è impossibile finanche desiderare. È questo il vero ed eterno problema della libertà.
È la vanità della conquista:
La verità sfugge a ogni sorpresa, sfugge come un soffio. Ciò che abbiamo conquistato dobbiamo continuamente riconquistarlo, esser pronti a riperderlo, e ancora a rincorrerlo, e così per sempre.
È il tragico della condizione umana:
Ogni uomo che esiste è un uomo che pensa. Ogni esistenza è un muro, e nel mondo i muri sono tanti quanti gli uomini che soffrono isolati.
Evanescenze, battiti, lampi, linee che si intersecano e presto si perdono:
Sotto le apparenze accidentali, è possibile scoprire la trama profonda, l’indice segreto, il segno… […] Un bambino tira una pietra nell’acqua. La superficie s’increspa. La pietra fa nascere dei cerchi sempre più grandi ma sempre più imprecisi. […] E quali strani e terribili disegni nascono dalle linee di vita degli amanti. Due curve si avvicinano, si confondono, e si lasciano. Per un istante, esse sembrano inseguire una strada parallela. Ma ben presto, ineluttabilmente, si allontanano per sempre, attirate da un polo opposto del cielo, dalla stella sconosciuta del proprio destino. E nel cammino, ciascuna farà altri incontri, ciascuna si confonderà con altre linee per allontanarsene, generando una nuova figura misteriosa quanta la precedente.
Adamov, come un clown. Solo. Uomo:
Ho trentatré anni. Gli anni che passano lasciano il vuoto dietro di me. Che cosa ho fatto o detto che valesse la pena di dire o fare? Ho vissuto nell’angoscia, sempre spaesato, attaccato a me stesso… Non ho saputo integrare la mia piccola esistenza nella vita universale. Non ho mai posseduto veramente una donna. Non ho figli… Fin qui non ho fatto che abbozzi. Adesso devo dare forma a tutto ciò che ho soltanto balbettato… Il tempo fugge. Alzo la testa, il sole brilla, la abbasso, ed è già notte. E più invecchio, più i giorni spariscono – ghermiti, azzannati dal baratro –, più il cammino del tempo diviene corsa verso l’abisso. Sono stato un viaggiatore. Ho visto il mondo venirmi incontro incessantemente, passare in fretta, scomparire. Tutte le case che mi hanno incrociato sono fuggite, svanite alle mie spalle. Da oggi, dovrò sforzarmi di vivere – col cuore immobile – di modo che un giorno potrò evitare il battito impazzito del mio cuore che lo spasmo della morte arresterà.


