Fuori dal carcere la libertà non è cosa semplice

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Chissà cosa si prova a essere trattato come un uomo libero. Un uomo libero tra tanti, con la schiena dritta e il passato alle spalle. Chissà cosa si prova a non diventare la propria condanna, il reato commesso, in un lento logorio di giorni che separano dalla libertà. E una volta che si è fuori, lontano da sbarre e celle, cosa posso davvero fare della mia libertà? È nell’istante di quest’ultima domanda che si inserisce Fuori di Birgit Birnbacher, per porre al centro un tema fondamentale come quello del carcere, che nel nostro immaginario è qualcosa di lontano, di alieno, di inaccessibile.

Sono milioni i detenuti di tutto il mondo per i quali non si possono comparare condizioni né vite, eppure se c’è qualcosa che avvicina tutti quei Paesi che amano definirsi civili è che il carcere dovrebbe rappresentare un luogo di passaggio che consenta poi di rientrare in società lasciandosi alle spalle gli errori commessi. Una simile concezione parte dal presupposto che chi sta scontando una pena è parte della società e che si è allontanato dalla vita ordinaria della stessa solo per potervi poi rientrare con maggiore consapevolezza, nel rispetto delle regole che guidano quella collettività. Nei fatti, salvo pochissimi casi virtuosi, questo fine non viene né perseguito né raggiunto e gli istituti di pena non diventano altro che discariche sociali in cui relegare chi di quella collettività non ci piace, per poi non riabilitarlo mai più. 

Esistono Paesi come l’Italia in cui i tassi di recidiva sfiorano il 70%: in maniera semplicistica, significa che su dieci persone che entrano in carcere a scontare la propria pena, sette, quando ne escono, tornano a delinquere. Sarebbe riduttivo ipotizzare che tutti loro abbiano scelto di condannare se stessi a una vita di delinquenza e penitenziari. Molto più realistico è dirsi che chi esce dal carcere porta per sempre con sé lo stigma del carcere stesso

È usanza, quando si conclude la pena, spezzare lo spazzolino da denti che si è utilizzato durante la propria reclusione non appena varcate le porte dell’istituto a significare una nuova vita, una rottura netta con il passato, un addio a ciò che è stato. Un gesto semplice, immediato, di pancia e cuore. Un gesto che significa tanto e che racchiude in sé una speranza che nella maggior parte dei casi viene ben presto delusa da un sistema che ti vuole riabilitato, senza riabilitarti davvero.

Questa mattina Arthur Galleij ha lasciato il carcere di Gerlitz da uomo libero. Ha recuperato le sue cose esattamente come le aveva consegnate al suo arrivo ed è andato via. Ha fatto un passo dopo l’altro nelle sue Adidas marroni, e poi un altro e un altro ancora, in jeans, come al solito, sorpreso dal fatto che i suoi vestiti non si lacerassero al contatto con l’aria, che niente di lui si staccasse o si dissolvesse. Una persona così giovane non cade a pezzi come uno che è stato dentro per vent’anni e poi si fa strada verso la libertà come una S, con un corpo il cui ventre si curva in avanti per la posizione seduta e la cui schiena si inarca dietro per l’attesa, formando una gobba. Visto dall’esterno, è un uomo dritto che ha lasciato l’edificio. 

Che strano concetto dev’essere riacquistare la libertà, dopo una vita, un anno, un mese, o semplicemente pochi giorni di attesa. Sembra semplice: abbandoni il carcere, quelle quattro mura decadenti, raccogli le tue pochissime cose e sei libero. Che bellissima parola che è libertà. Una parola che si svuota di significato nelle mani di chi non sa come usarla, non sa che farne, non sa come nascondere il suo passato. 

C’è così una pena da scontare dentro e una pena da scontare fuori, nella speranza di riuscire a costruire un altro da sé, qualcuno che non abbia il proprio passato, qualcuno che la società sia in grado di accettare. Il fine rieducativo – che nel nostro ordinamento è sancito chiaramente dall’articolo 27 della Costituzione come obiettivo prioritario della condanna – diventa pura utopia, in un sistema che sceglie il carcere come sola pena, nonostante le possibilità siano molteplici e anche maggiormente funzionali, decidendo così di relegare chi è condannato a un non luogo. Uno spazio che non ha nulla a che vedere con ciò che accade fuori, che spezza qualsiasi contatto con la realtà, che rende incapace di affrontare la vita chiunque poi si trovi a uscire, che crea alienazione e solitudine

Dovremmo allora chiederci perché continuiamo ad alimentare un sistema talmente fallimentare da sembrare irreale, in cui le condizioni di vita sono tali che, a oggi, in Italia in meno di undici mesi, settantasette persone si sono tolte la vita tra quelle sbarre, senza che il loro disagio e la loro sofferenza fossero ascoltate, in cui tutto il tempo è attesa e la pena è punizione, nitida tortura. 

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