
Ho conosciuto Dominique Grandmont nel 2015, a Parigi…
Decidemmo di incontrarci a Place de la Concorde. Mattino di maggio, freddo pungente. Grandmont mi disse che avrebbe tenuto in testa il cappello marrone a falde larghe che gli aveva regalato Ritsos quando l’aveva accompagnato a Mosca, per l’assegnazione del premio Lenin. Lo riconobbi subito, e lui riconobbe gli occhi che lo cercavano. Ci recammo alla Académie des beaux-arts, accomodandoci a un tavolino di marmo. Prendemmo un pastis e cominciammo a guardarci come due gatti che si studiano. Subito, tirò fuori di tasca un bigliettino di carta su cui aveva scritto tre cose: timide, naif, sauvage. Volle dirmi che lui era questo, timido, ingenuo, maldestro nelle relazioni sociali e piuttosto selvatico. Mi misi a ridere, gli dissi che eravamo destinati a comprenderci, avrei potuto sottoscrivere lo stesso bigliettino… Poi la discussione andò su Ritsos, Aragon, Majakoski, Holan, Elytis, Kavafis. I padri, insomma.
Il lettore perdoni questa unica e ultima citazione personale. Voglio dire che il poeta coincideva fin da principio alla sua poesia: timida, riservata, mai egocentrica, mai sentimentale, asciutta, spesso aforistica, dura, prosastica, eccentrica, talvolta bizzarra, astratta, surreale. Come la sua poesia, come il suo io lirico, questo poeta è sempre stato decentrato rispetto all’establishment culturale dell’epoca, e forse anche rispetto a qualunque identificabilità sociale,








